La sostenibilità è uno dei temi più attuali e centrali nel dibattito contemporaneo.
La rilevanza della tematica ha spinto – e continua a spingere – un numero sempre crescente di aziende a promuovere il proprio impegno verso la sostenibilità.
Tuttavia, non sempre le dichiarazioni di un’azienda sulle questioni sociali – come per esempio la diversità, l’equità e l’inclusione; gli standard lavorativi; i diritti umani; la sicurezza e la privacy dei dati – corrispondono a verità: è in questo caso che si parla di socialwashing.
Come nel caso del più noto greenwashing, il socialwashing è la pratica di rilasciare dichiarazioni eccessive, ingannevoli o false, sulle tematiche di sostenibilità sociale, per apparire socialmente responsabili, senza però che vi sia rispondenza di comportamento nelle politiche e pratiche interne.
Nella debole grammatica ESG, alla S di Social non è solo riservata poca attenzione: è talvolta usata per mascherare comportamenti irresponsabili.
Quanto e come? È difficile stabilirlo, perché il socialwashing è una pratica meno codificata, a differenza del greenwashing, e talvolta l’involontarietà gioca un ruolo importante in tale pratica.
Ne è convinto anche Mario Calderini, che ritiene parte del problema derivante da «un’incapacità di lettura della portata sistemica dei problemi sociali».
Un approfondimento della tematica nell’intervista che Giampaolo Cerri ha realizzato con lui per il numero di Vita Magazine dedicato al tema:
Professore, il socialwashing è l’esatto contrario dell’impatto: “fuffa”, come dicono a Milano, versusintenzionalità, misurabilità dell’impatto.
Così come il greenwashing, anche il socialwashing è un atto irresponsabile ma proprio civilmente. La cosa peggiore, rispetto a un problema di cui bisogna occuparsi, non è tanto non occuparsene, ma far finta di occuparsene. Il socialwashing, in qualche modo, c’è sempre stato. Nel cappello sostenibilità o Esg noi tendiamo ad accomunare i problemi verdi e quelli sociali come, un unico genere letterario.
Si dice che a volte le aziende, siano inconsapevoli fare make-up sociale. E che altre, avvertendone il rischio, paradossalmente, preferiscano tacere.
Penso che sia vero. Sono sempre stato un po’ oltranzista, però in questo caso cerco di guardare le cose nel lungo periodo in maniera un po’ più sistemica.
Vale a dire, professore?
È evidente che questo fenomeno, di consapevolezza sociale e verde, è un fenomeno di transizione di lungo periodo, di cui bisogna accettare che c’è un ciclo di vita. C’è il ciclo di vita dell’entusiasmo, poi quello del fare finta, il ciclo della reazione avversa, poi c’è il ciclo di non fare più niente, perchè hai paura di metterti nei guai. Il punto è l’eredita di tutte queste cose nel lungo periodo.
Lei come la vede?
Sono abbastanza ottimista: alla fine il sedimento di queste transizioni e distorsioni, sarà una maggior consapevolezza sociale. Bisogna guardare l’effetto netto che è positivo, onestamente. Ci siamo dovuti passare, tanta gente ha creduto di approfittare del socialwashing — secondo me non ha portato niente perchè, per come è stato praticato, è diventata rapidamente una commodity che tutte le imprese avevano. Quindi non è che ci guadagni dal socialwashing, tanto è vero che chi sta rinunciando oggi ad avere una comunicazione sociale, lo fa perchè non è più un fattore di posizionamento distintivo.
Crediti: Giampaolo Cerri per VITA MAGAZINE


